Consenso. Una parola che oggi sembra appartenere soprattutto alla nostra dimensione pubblica, quella dei social, delle metriche dell’approvazione, della necessità continua di piacere, essere guardati, confermati, riconosciuti. Una parola che misura reputazioni, orienta comportamenti, decide spesso il valore percepito di ciò che siamo prima ancora di ciò che facciamo. Ma il consenso non vive soltanto nello spazio visibile delle piattaforme. Esiste una sua forma più intima e privata, molto più difficile da disinnescare: quella che cerchiamo nei legami che ci consumano, nelle persone sbagliate a cui continuiamo a credere, negli sguardi che diventano misura del nostro valore, nelle dinamiche da cui non riusciamo a uscire perché perderle significherebbe affrontare il vuoto che lasciano. Quelle dinamiche che alimentano il bisogno di essere scelti, anche quando esserlo non significa più essere amati, ma restare agganciati a qualcuno che continua a decidere il nostro equilibrio; quando una min...
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